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ricostruire dopo un sisma

Ricostruire dopo un sisma: Il Cretto di Burri

L’Italia è un Paese bellissimo. E come ogni bellezza porta con sé una storia densa di contraddizioni e di fragilità. E ricostruire dopo un sisma è una storia che non fa eccezione. Anzi, è la madre di tutte le storie.

L’Italia è un Paese bellissimo ma fragile. È fragile e instabile da un punto di vista sismico: questo fa sì che, a intervalli di tempo più o meno regolari, venga scossa da eventi naturali come i terremoti. La storia d’Italia è una storia che non può prescindere dal racconto di queste scosse, di come abbiano impattato sulla società, sui territori, sui paesaggi, sull’immenso patrimonio storico-artistico, sull’architettura intesa come progettazione e ricostruzione di senso. Il terremoto in Irpinia del 1980, quello in Umbria del 1997, fino ad arrivare ai più recenti che hanno colpito l’Abruzzo e l’Emilia-Romagna ne sono gli esempi più tristemente famosi.

In questa lunga storia fragile il 15 gennaio 1968 una scossa del decimo grado della Scala Mercalli sconquassa le province di Trapani e Agrigento in Sicilia, più precisamente i comuni della Valle del Belice ed in particolare la città di Gibellina.

Dopo il terremoto la città è stata completamente ricostruita a circa 20 km di distanza dal suo sito originario, con l’ambizione di rendere la nuova città un “museo a cielo aperto”, restituendo al contempo nuovi luoghi agli abitanti vittima del sisma, che si configurassero come fortemente identitari e di forte aggregazione. Per questo nobile fine furono invitati artisti e architetti di fama internazionale a dare il proprio contributo soprattutto all’assetto degli spazi pubblici e collettivi. Da un punto di vista progettuale la Nuova Gibellina si sviluppa con un “piano a farfalla” di forma perpendicolare in direzione nord-sud partendo dalla stazione ferroviaria di Salemi. Il centro della città, dove era pensato lo sviluppo della zona a servizi, è il corpo della farfalla, mentre le ali vanno a identificare nuclei residenziali con case unifamiliari a schiera, divise da ampie porzioni di terreno. Una nuova città di fondazione con spazi molto dilatati, molto lontana dal tessuto originario della città antica dalla quale la popolazione proveniva. Un’operazione di ricostruzione e di progettazione urbanistica e antisismica di grande sperimentazione ed innovazione, che per molto tempo però non è riuscita a restituire quella che era l’essenza della città ai suoi abitanti, restituendo invece loro un luogo estraneo ed incompleto. Le città sono esseri viventi e hanno bisogno di tempo per essere comprese e sostanziate nella loro specifica identità, che si forma in maniera simbiotica sia nel rapporto con gli abitanti stessi e che nelle relazioni che tra gli abitanti si instaurano, generando socialità. È qui che si inserisce l’opera di Burri, nell’esigenza di costruire qualcosa che oltre a essere monito, fosse un ricordo e un luogo dove una comunità, pur sofferente, potesse sentirsi a casa. Un monumento funebre a scala urbana ad una città ormai persa.

Il Cretto di Burri è un’opera di land-art realizzata da Alberto Burri tra il 1985 e il 1989 e portata a definitivo compimento nel 2015. Dove sorgeva la città di Gibellina distrutta dal terremoto, ora ci sono 80 mila metri quadrati di cemento bianco e macerie, armate e compattate, che raccontano una storia. I vicoli che si percorrono, pur non ricalcando perfettamente quelli del centro storico del paese prima del terremoto, restituiscono una mappa a scala reale, possente e suggestiva.

Il Cretto è un’opera potentissima, che non lascia scampo e che ricostruisce con le macerie, dove la materia assume significato e dove l’arte diventa identità. Nel silenzio del paesaggio naturale si staglia l’enorme opera in cemento che è memoria e luogo del pianto.

Ricostruire dopo un sisma: la progettazione per la comunità in Emilia-Romagna e a L’Aquila

Nel 2012 due violente scosse di terremoto scuotono la Pianura Padana, luogo genericamente considerato sicuro da un punto di vista sismico. I danni sono ingenti, crollano municipi, monumenti, chiese e soprattutto case in molti comuni delle province di Modena, Bologna, Reggio Emilia e Ferrara. I lavori per ricostruire dopo un sisma, a oggi completati per quasi il 95%, partono subito e hanno visto la partecipazione di architetti molto competenti come ad esempio Mario Cucinella che, insieme al suo studio, intuisce subito l’importanza di una ricostruzione post-sismica dove la comunità sia il fine e la base del processo. Tra le opere che hanno visto la luce, La Casa della Musica di Pieve di Cento (BO), che nasce dalla volontà di dotare di spazi adeguati il circolo musicale pievese e la locale scuola media a indirizzo musicale, è un esempio riuscito in questa direzione.

La Casa della Musica è un’architettura formata da nove piccoli edifici di forma cilindrica il cui linguaggio architettonico è guidato e ispirato dalla radicata tradizione musicale e dà forma a una costruzione dagli elementi autonomi. Ogni elemento di cui si compone questa architettura è parte di un insieme allo stesso modo in cui i musicisti e il loro strumento sono parte di un’orchestra che suona assieme. Questo riferimento al mondo della musica è evidente anche nel rivestimento scelto per i nove volumi: il legno di rovere che contiene e amplifica i suoni. Una piazza collega tra i loro gli edifici svolgendo la sua funzione più importante all’interno di una comunità, come non è accaduto nella ricostruzione della Nuova Gibellina: la piazza è diventato un luogo di incontro e di scambio per i giovani musicisti.

Il Nuovo Auditorium a L’Aquila, progetto donato alla città dopo il sisma del 2009 da Renzo Piano e a cui hanno collaborato 30 ingegneri laureandi nella locale università, è un edificio per la città che si pone come cerniera ideale tra il centro e la periferia. È formato da tre cubi che, rotolando quasi distrattamente, giungono a terra in posizione accostata tra di loro; è interamente realizzato in legno, una scelta che può sembrare frugale nei materiali ma porta con sé l’eternità nella durata. È ovviamente una scelta legata a una funzione acustica dell’edificio ma anche dettata dal contesto in cui si inserisce: la struttura in legno ha un’elevata resistenza antisismica e ha una matericità che ben dialoga con la pietra dell’adiacente Castello. Un progettare per valorizzare e contestualizzare.

Ri-costruire per non de-costruire la memoria o creare un nuovo altrove?

Il dibattito che coinvolge esperti, comunità, istituzioni e architetti sul senso profondo del ricostruire dopo un sisma è sempre aperto. Ed è un dibattito che, a volerlo guardare in maniera generalizzata, si assesta su due posizioni. Da un lato ci sono gli “eterodossi” secondo i quali ricostruire è creare un nuovo altrove: l’evento sismico può essere occasione per sperimentare, nel segno della una contemporaneità o nell’assenza di un legame urbanistico e architettonico con il territorio. È questo il caso lampante della New Town, con il progetto C.A.S.E., costruita a L’Aquila: unità abitative, isolate dalla città storica e mancanti di tutti i servizi, nell’assenza perfino di una piazza che è il fondamento della comunità. Dall’altra ci sono i cosiddetti “ortodossi” per i quali il motto rimane “dov’era e com’era”, ben esemplificato dalla ricostruzione in Friuli dopo il sisma del 1976.

Qui, però, può innestarsi una terza via che viene suggerita anche da Renzo Piano. È la via della rigenerazione urbana della città, della connessione tra ciò che resta dell’antico e quello che verrà. È la via che si sta cercando di seguire in Emilia-Romagna, con percorsi di comunità mirati a ricostruire, ripopolare e rigenerare i luoghi abbandonati.

Soltanto così si è in grado di riscrivere la storia di una città e dei tanti centri storici d’Italia che sono stati danneggiati dai terremoti senza correre il rischio di de-contestualizzarli relegandoli a luoghi artefatti ma rendendoli vivi, stratificati di passaggi di comunità e di architetture.

La memoria è un ingranaggio collettivo, un tessuto di storie sulla tela di bellezze sfregiate da eventi catastrofici. Non è la rimozione a salvare dal destino.

È il contrario. È ricostruire per crearne uno nuovo.