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Lo sguardo è l’occhio del mondo: Il Centre Pompidou di Parigi

Lo sguardo è irriverente, dissacra. Crea lo squarcio e disegna la feritoia attraverso cui la realtà si fa strada.

Lo sguardo è il nostro tratto distintivo. Ci imprime nella memoria di qualcuno.

Può essere analitico o d’insieme, amare il dettaglio o rifugiarsi nella cornice.

Prove di sguardi sul mondo.

Prima prova: lo specchio custode silenzioso dei nostri sguardi diventati utopia che muove il cammino. E si sperimenta. In città, luogo perfetto dentro e verso cui scoccare sguardi, esili frecce rivolte verso bersagli imponenti, cattedrali nel deserto o snodi pulsanti.

Ogni città vive di sguardi. Tanti uguali ne fanno un punto di vista decretando un certo stile.

Medievale, Moderno, Romanico, Gotico, Liberty, Contemporaneo.

Ogni sguardo un’interpretazione, non esistono fatti.

 

Eppure un edificio è un fatto, è qualcosa di tangibile che entra imponente e silenzioso nel ventre della città. Come il Centre Pompidou di Parigi. Beauborg, più intimo.

Da più di quarant’anni cattura gli sguardi della gente.

 

Uno sguardo che da quarant’anni accompagna un simbolo.

Il simbolo, la più umana delle manifestazioni: la creazione che ci fa riconoscere come comunità politica, artistica, filosofica, religiosa. Una comunità. E per questo umana. Che diventa tradizione nel momento stesso in cui decide di infrangerla.

Il Genio che dà la regola all’Arte.

Un simbolo. Un simbolo, malgré soi, che il Presidente Pompidou aveva immaginato per la sua Parigi. Non un museo, fenomenologia della liturgia stantia pre-sessantottina, ma un centro di produzione delle Arti, in cui far incontrare i diversi linguaggi, le differenti tecniche d’espressione. Un tentativo, a suo modo, di istituzionalizzare le spinte distruttive del sessantotto che proprio a Parigi era esploso. Legarle a un luogo prima che potessero propagarsi ovunque.

 

Forse proprio per questo il bando di progettazione del Centre Pompidou viene vinto da due giovani architetti: Renzo Piano e Richard Rogers, maleducati il giusto per avere l’intuizione che Il Pompidou dovrà rompere gli schemi. Già dalla posizione, nel pieno centro storico di Parigi.

Questa la sfida: alleggerire l’aria, calando una struttura in acciaio a fare da nave e nuvola per questo incredibile viaggio. La leggerezza dell’acciaio contro l’eternità massiccia del mattone, l’Architettura che supera e comprende l’edilizia. Una nave leggera, imponente e colorata che mentre salpa verso il nuovo mondo, non dimentica l’elemento fondamentale: la Piazza. La Piazza che è incontro, discussione, politica, comunità, manifestazione, colore. Di nuovo simbolo.

E poi il simbolo par exellence del Centre Pompidou ovvero le sue prese d’aria quelle “orecchie di elefante”, come le chiama Renzo Piano, che lo rendono riconoscibile al primo sguardo, anche se distratto. Antiestetiche qualcuno ha sentenziato. Irriverenti per qualcun altro. Per altri, fuori contesto.

Eppure sono i simboli a creare il contesto. Ma fanno anche di più: diventano riferimento. Bussole che indicano il nord per i viaggiatori 2.0 e per gli avventori abituali della piazza.

Come la Torre della Televisione di Berlino, stella polare di panorami e visioni.

Ne Il Pendolo di Foucault Umberto Eco immagina le prese d’aria che spuntano nella piazza come il canale attraverso il quale il popolo degli inferi comunica con il nostro mondo.

Mondo di sotto, mondo di sopra. Città bianca e città nera. Buio e luce.

Lotte che muovono il mondo e diventano Arte e rivendicazione.

Progettare è rivendicare il proprio sguardo sul mondo e la direzione che gli si vuole imprimere. È generazione e rigenerazione, amalgama dell’idea che prima di fare i conti con la realtà, la orienta.

 

Forse alla fine il segreto del progettare sta tutto qui: “Tu non devi guardare gli edifici, devi guardare gli occhi della gente che guardano gli edifici.” Lo diceva Roberto Rossellini a un giovane Renzo Piano.

 

È il coraggio dello sguardo che cambia il punto di vista. Succede nell’Arte, nell’Architettura, nel Cinema.

Non solo tecnica ma Anima che non smette mai di immaginare.